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L'evento Olimpico di Atene è stato certamente il più sensazionale avvenimento sportivo dell'anno passato. Tornare a celebrare gli atleti proprio là dove la competizione nacque ha provocato forti emozioni non soltanto ai diretti protagonisti ma anche ai milioni di spettatori di tutto il mondo. Pietro Paolo Mennea, indimenticato campione italiano di velocità su pista che ha partecipato nell'arco della sua lunghissima carriera a cinque Olimpiadi, ha raccolto tutti i risultati delle varie specialità così come si sono susseguite cronologicamente nell'estate del 2004. Ne è venuta fuori una raccolta ragionata di quanto è accaduto, non soltanto sulle piste, nelle vasche e sui campi, ma anche negli spogliatoi: l'ombra del doping, la tensione giornalistica, l'attesa di un record. Uno spazio importante del libro è anche riservato a tutti coloro che lo sport lo devono gestire e normare: le federazioni nazionali, i parlamenti, la commissione europea. Con un accenno anche all'attività politica dell'autore, che nella passata legislatura è stato direttamente impegnato nella massima istituzione continentale all'interno della commissione sportiva. Preme però sottolineare come il lavoro di Mennea può essere un utilissimo stumento di lavoro per tutti i tecnici del settore, giornalisti, commentatori, ricercatori statistici, proprio grazie alla completezza delle informazioni che contengono oltre al medagliere completo, i risutaltati particolareggiati delle singole discipline e i maggiori fatti d'attualità avvenuta in contemporanea alle gare.
"Le Olimpiadi del Centenario" di Pietro Paolo Mennea - Atena edizioni - pp. 248 - 10 euro
La cronaca giudiziaria si arricchisce giorno dopo giorno di nuovi e drammatici capitoli. Molti di questi dopo qualche tempo finiscono nel dimenticatoio, ma alcune di esse rimangono impresse nella memoria collettiva per l'efferatezza del delitto o per l'ignominia del movente. Romana, già direttrice dei mensili “Élite” e “Firma”, giornalista Rai, è stata autrice e conduttrice di programmi televisivi fra cui “L’occhio sul cinema”, “FantasticaMente”, “Italia mia benché” e “Chiedi chi erano i Beatles”, Cinzia Tani ha raccolto trentadue casi di omicidi e processi divenuti celebri, tutti con un comune denominatore: l'assassino era una donna. Dai casi raccontati in questo libro, dal XVII secolo a oggi, appare una strana moltitudine di donne uniche e spesso inafferrabili, insieme astute e indifese, torbide e ingenue, vampire e martiri. Donne che, in bilico tra paura ed eccitazione, costruiscono con cura maniacale feroci macchine di morte per ritorsione contro un mondo da cui vorrebbero essere amate e che invece le sta stritolando. Come la contessa Erzsébet Bathory, che nel tetro Seicento ungherese sevizia giovani vergini con l’aiuto di un nano sadico, riscattando nel sangue un’infanzia infelice in compagnia di un fratello depravato. O come Mary Blandy, che nel puritano Settecento inglese avvelena il padre perché le impedisce di amare un uomo bigamo e traditore, l’unico però che l’abbia mai trattata con dolcezza. O come Marguerite Fahmy, avventuriera parigina d’inizio Novecento che sposa un arabo ricchissimo sognando lo sceicco di Rodolfo Valentino e si ritrova prima schiava, poi assassina per sopravvivere. Senza dimenticare la nostrana "saponificatrice di Correggio", Leonarda Cianciulli, forse la più agghiacciante e perversa di tutte.
"Assassine. Quattro secoli di delitti al femminile" di Cinzia Tani - Mondadori - 8,40 euro
Cosa succede se un attivista e pensatore del partito comunista sovietico di inizio secolo scorso lascia per qualche tempo la sua cara patria per visitare gli Stati Uniti? Tornerà in Urss ancora convinto che, per usare una terminologia attuale, gli Usa rappresentano il male assoluto? A giudicare dall'esperienza di Vlamidir Majakovskij e dalla lettura del suo resoconto di viaggio si direbbe proprio di no. Un diario che, oltre a descrivere in prosa la traversata transatlantica durata diciotto giorni ("una festa in prima classe, un'attesa in seconda, una follia in terza") la decanta in versi. E' sorprendente la modernità e la visione che l'autore ha dell'America: attratto dal progresso, dalla velocità e dalle contraddizioni, il poeta oscilla tra lo stupore entusiasta e la rabbia emulativa; mai, però, prova indifferenza. Majakovskij cerca infatti sempre di trovare il punto dolente di ogni novità, quasi a voler giustificare agli occhi dei compagni del partito le propria ammirazione: i grattacieli, ad esempio, se è vero che da una parte sono simbolo di progresso, di attività, di lavoro e di intraprendenza, con la loro presenza però oscurano l'orizzonte. O ancora: le strade di Manhattan, che per la loro linearità le erige a capolavoro della semplicità e della comodità, proprio per il loro schematismo le paragona però alle sbarre di una prigione. Indimenticabile il confronto tra Chicago e New York: "Chicago si distingue da tutte le altre città, non per le case e la gente, ma per l'inconfondibile energia che sprigiona. Molto a New York è pura decorazione, sfoggio. La via Bianca è un omaggio all'apparenza, Coney Island pure. Persino i cinquantasette piani del Woolworth Building servono a sbalordire i provinciali e gli stranieri. Chicago invece vive senza pavoneggiarsi. La parte appariscente della città, quella dei grattacieli, è piccola, relegata ai margini della enorme Chicago delle fabbriche. [...] Wall Street è la prima capitale, la capitale degli Usa, Chicago è la seconda capitale, la capitale dell'industria. Perciò non sarebbe sbagliato mettere Chicago al posto di Washington". Majakovskij morirà nel 1930, a cinque anni da questo viaggio: suicida, certo, ma con la soddisfazione di aver visto e giudicato con i propri occhi l'America.
"America" di Vladimir Majakovskij - Voland editore - pp. 194 - 12 euro
Come fanno i Cristiani a sopportare ingiurie, persecuzioni, attentati e fondamentalismi islamici in Palestina, quella che da sempre è considerata la loro terra? Elisa Pinna, esperta di questioni religiose internazionali, inviata dell'Ansa, tenta di spiegarlo, anche se giunge ad una triste quanto nostalgica previsione: "Rischiano di diventare invisibili. La forza del passato non è più in grado di garantire il futuro". Anche se l'argomento può non essere di facile approccio, la vaticanista riesce con la leggerezza della sua scrittura a far comprendere sin da subito le differenze tra le varie anime del cristianesimo, quegli ortodossi, armeni, etiopi, francescani e siriaci, che pur rimenendo nelle loro differenze, riescono a fare dell'unità il loro punto di forza nella lotta per non soccombere di fronte all'estremismo arabo. Il viaggio che il lettore si trova a fare all'interno delle mura di Gerusalemme lo conduce all'interno dei vicoli, dei mercati e delle palazzine in cui ogni giorno succede qualcosa, e questo qualcosa porta sempre a doversi difendere da qualcuno. Ai più sembreranno episodi inspiegabili, quasi ingiustificabili, ma anche questa è Gerusalemme: una città dalle cento professioni, ma forse proprio per questo anche la più laica del mondo.
"Il tramonto del Cristianesimo in Palestina" di Elisa Pinna - Piemme editore - pp. 232 - 13,90 euro
Letizia Leviti è una giornalista di guerra, due dei tanti occhi che osservano in ogni angolo del mondo gli scontri e i bombardamenti dell'uomo contro l'uomo. Questa volta, però, la carta non le serve per descrivere un'azione militare, ma il più misero, vergognoso ed infame dei delitti: il sequestro di persona. La vicenda di Salvatore Stefio, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi, ad un anno dal loro rapimento in Iraq, è raccontata seguendo l'ordine cronologico degli eventi, così come stati vissuti dagli stessi rapiti. Ostaggi senza più anima alla mercè di persone senza scrupoli. L'improbabile conversione all'Islam, la morte di Quattrocchi, gli incessabili interrogatori, le dodici prigioni, la liberazione sono spiegate tutte d'un fiato, assorbendo il lettore in una lettura che al termine lo lascerà con mille domande esistenziali irrisolte. Il racconto scorre via veloce, quasi a fare da contrappasso alle ore, ai giorni, alle settimane dei prigionieri che invece paiono non passare mai, quando anche soltanto la presenza nella stanza buia di uno scarafaggio serve a destare curiosità e trovare un momento di evasione in quelle che sono giornate senza fine. Cella dopo cella, trasferimento dopo trasferimento, passano così cinquantotto giorni: l'ultima alba da prigionieri avrebbe potuto essere anche l'ultima da uomini vivi, se non fosse stato per la fragilità di un carceriere, un giovane iracheno che vede nei costumi occidentali non un nemico da uccidere ma un modello a cui ispirarsi.
L'ultimo lavoro di Vittorio Mathieu, il più grande filosofo italiano vivente, prende in esame il concetto di privacy e lo rapporta alla dignità umana. La lettura non è certo semplice: di alta concezione, ma soprattutto fitta di riferimenti alla storiografia ed alla filosofia classica, ma che consente di affrontare metodologicamente il concetto di dignità dell'uomo, giustificandone l'uso come principio costituzionale e fondamento dell'ordinamento giuridico, ma evitando al tempo stesso di darne motivazioni meramente declaratorie. L'autore affonda le radici delle Costituzioni europee nel pensiero concettuale kantiano e concettuale schilleriano, giungendo alla conclusione che la libertà trascendentale kantiana deve esplicarsi in questo mondo empirico. Ciò dà luogo a un incrocio di due dimensioni: una rappresentabile oggettivamente, l'altra solo metaforicamente come "discendenza dall'originario". La suddivisione degli argomenti in articoli, proprio come fosse un testo di legge, semplifica la lettura che può essere affrontata non necessariamente nell'ordine della foliazione ma collegandoli tramite un percorso personale interno al libro. Senza troppi cavilli o raggiri, Mathieu brilla per puntualità e spessore, tanto da convincerci di aver sotto mano il nuovo vademecum per i costituzionalisti delle nuove generazioni.