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mercoledì, 30 novembre 2005
ECCOMI, SONO UN IDIOTA ILLIBERALE!

Viste le ultime considerazioni di alcuni blogger iscritti a Tocqueville illuminati dalla Verità e unti di liberalismo, liberismo, libertarismo (e tutto quanto cominci per liber-) ho finalmente compreso la mia inclinazione: sono illiberale ed anche idiota. Cosa me lo ha fatto capire? Ora ve lo spiego. 

Sono illiberale perchè non sono andato a votare al referendum sulla procreazione assistita; sono illiberale perchè penso che sia giusto che se vuoi presentarti alle elezioni per la prima volta devi raccogliere le firme; sono illiberale perchè penso che la droga faccia male e non vorrei che si vendesse nei supermercati; sono illiberale perchè penso prima ai problemi di casa mia e poi a quelli del mio vicino; sono illiberale perchè reputo normale che essendo naturalmente uomo ho potuto sposare una donna naturalmente femmina; sono illiberale perchè credo ancora che la vita possa crearsi con l'unione carnale tra un maschio ed una femmina; sono illiberale perchè penso che l'aborto è un diritto ma non della donna; sono illiberale perchè ho scelto di non sedere allo stesso tavolo con Prodi, Bertinotti, Cossutta, Rizzo, Diliberto, Pecoraro Scanio, Di Pietro, Boselli, Intini, D'Alema, Bindi, Fassino, Augias, Chiesa (Giulietto, non Enrico), Letta (questa volta Enrico, non Gianni), Gianni (che di nome fa Alfonso); sono illiberale perchè se ieri non capivo Capezzone, oggi non lo ascolto proprio;  sono illiberale perchè penso che i diritti fondamentali devono essere riconosciuti a tutti, anche ai rapinatori (ma prima ai rapinati), anche ai rapitori (ma prima ai rapiti), anche ai brigatisti (ma prima alle loro vittime); sono illiberale perchè penso che tutte le forme di terrorismo siano infami e schifose e non me ne frega nulla se a queste non vengono garantiti i diritti; sono illiberale perchè non sono antiproibizionista; sono illiberale perchè sono garantista prima del processo ma giustizialista dopo il processo; sono illiberale perchè sono disposto a tutto pur di far vincere uno scudetto all'Inter.

Sono un idiota perchè leggendo i vostri blog continuo a non capire la differenza tra quello che voi chiamate liberalismo, liberismo, libertarismo ( e tutto quanto cominci per liber-) con quella che io chiamo anarchia.

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 30, 2005 13:49 | link | commenti (15) |

giovedì, 24 novembre 2005
Sciopero generale: i veri buffoni sono gli attori

Anche gli operatori dello spettacolo domani, venerdì 25 novembre, si asterranno dal lavoro per l'intera giornata per protestare contro i tagli al Fus (Fondo Unico Spettacolo). La loro protesta prevede che nei teatri vengano interrotti gli spettacoli per eseguire, in simultanea, Messe da Requiem (il più gettonato pare essere il  "De Profundis") a simboleggiare la morte annunciata di tutte le attività.

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 24, 2005 15:42 | link | commenti (1) |

E noi vorremmo un paese meritocratico, non basato su apparenza ed immagine? Ecco, infatti, cosa ci passano le agenzie...

"Dopo il successo ottenuto con la linea pensata per i junior (dai tre anni a i 14), ora il re della moda italiana si prepara a vestire anche i piccolissimi. E così dalla prossima primavera Giorgio Armani lancerà una collezione dedicata ai bebè di età compresa da zero a trentasei mesi. Le neo mamme più esigenti e attente al look sono accontentate, i loro bimbi potranno essere griffati dalla testa ai piedi fin dal primo vagito. Come dire, con Armani anche la culla diventa fashion. Armani per la realizzazione del corredo baby guarda con attenzione alle esigenze del bambino, strizzando l'occhio anche al look. Particolare attenzione è stata dedicata ai tessuti che vanno dai materiali preziosi come il cashmere, alle morbide ciniglie. E per i più grintosi anche cotone trattato con lavaggio e tinture particolari, e pure denim lavato e lino. In ogni caso, sia nella versione ricamata, che in quella stampata il marchio è sempre in evidenza". (fonte TgFin)

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 24, 2005 13:04 | link | commenti |

martedì, 22 novembre 2005
23 novembre 1980, terremoto in Irpinia. Una testimonianza per non dimenticare.

Venticinque anni si consumava la più grande tragedia del Sud Italia dell'ultimo secolo: 300 mila sfollati, 10 mila feriti, 2 mila morti nel terremoto che devastò l'Irpinia. Annamaria Buongiorno allora viveva a Solofra, cittadina nell'epicentro della scossa: oggi ha 41 anni e ormai si è stabilita a Leno (Bs), il paese che per primo aiutò i terremotati e con i quali poi ottenne un gemellaggio istituzionale. Lasciamo a lei la parola: 
"La mia regione di origine è la Campania e ogni 23 novembre ricorre il triste anniversario del terremoto dell'Irpinia del 1980. Questa data è per me un appuntamento importante con la storia della mia terra natìa . Ricordare quella domenica di 23 anni fa evoca in me sensazioni ed emozioni profonde miste a dolore,ansia paura e tenerezza per i miei genitori che non ho più. Allora ero una studentessa di sedici anni e nel pieno della mia adolescenza ho vissuto una situazione drammatica, che ha poi dato una sorta di linfa vitale al mio "approccio" con la vita. La forza di guardare avanti,di ricominciare.
Alle 19,34 del 23 novembre 1980 io e la mia famiglia eravamo in casa aspettando di metterci a tavola per la cena e intenti in un mènage di vita domestica. Mio padre guardava la sintesi di una partita di serie A, io mi trovavo in soggiorno in compagnia della mia sorellina ed ero alle prese con un capitolo di storia, mia madre invece era impegnata tra i fornelli con il resto della famiglia. Improvvisamente un boato squarciò la tranquillità della mia e di tante famiglie irpine. Abitavo in un condominio di nuova costruzione e al susseguirsi di quelle scosse violente sentii cadere calcinacci, voci urlare di scendere in strada, il rumore di vetri in frantumi e al buio, con l'angoscia e purtroppo la consapevolezza di essere in balia di un terremoto.
A fatica guadagnammo l'uscita dal palazzo. La vecchia fiat 128, per quella prima notte segnata dall'inquietudine, divenne il nostro riparo. Mi nasce dentro, al ricordo, un sentimento di affetto per il coraggio mostrato dal mio papà, che risalendo le due rampe di scale al buio ritornò nell'appartamento e ci procurò coperte e acqua da bere. All'indomani, con la luce del giorno, lo scenario delle vie del paese era straziante: tra cumuli di macerie, polvere e lacrime in un'atmosfera surreale Solofra (il mio paese) contava i suoi morti.
Vittime innocenti di un fenomeno devastante della natura che agisce silenzioso, in maniera crudele e che lascia morte e distruzione al suo passaggio. Senza nessuna pietà per la sofferenza. La pietà è un tratto puramente umano e ancor di più cristiano. Passammo circa una settimana in uno stato d'ansia e incertezza a chiederci se fosse prudente rientrare in casa visto che la stessa era stata dichiarata agibile. Ma la voglia di riprendere in mano la propria vita, le proprie abitudini e la stanchezza prevalsero sulla paura e ci rientrammo dopo pochi giorni dal sisma.
Ma le mie notti non erano tranquille. Dormivo nel lettone con i miei genitori, avevo bisogno di sicurezza e protezione in quanto non riuscivo a liberarmi da quel malessere interiore procuratomi dal terremoto. La casa che fino ad allora era stata il mio porto sicuro, si era trasformata in una prigione da cui fuggire, e da lì a poco ci rifugiammo in rassicuranti alloggi di fortuna, anche se poco confortevoli.Ci sono voluti molti mesi perché in me si allentasse l'ansia e ritrovassi il coraggio di sedermi nuovamente al tavolo del mio soggiorno con il libro di storia.
Il tempo trascorso aveva riportato la "normalità" nel mio paese, il lavoro, la scuola, tutto era ripreso a funzionare in quel meraviglioso vortice che è la vita. Credo che il ricordo di quel giorno non rischi l'oblio e sono certa che nel mio cuore l'esperinza di aver vissuto quel dramma collettivo resti come testimonianza di sofferenza che mi accompagna nella crescita, in quanto è proprio il dolore a dare valore al percorso di vita di ogni uomo. Vita che, comunque sia, continua".

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 22, 2005 16:03 | link | commenti |

Torino 2006, affari di famiglia

Purtroppo è ufficiale: Carolina Kostner sarà la portabandiera azzurra durante la giornata di inaugurazione delle olimpadi invernali di Torino. Nata nel 1987, l'anno scorso è arrivata terza ai mondiali di pattinaggio artistico e settima agli europei. Per il resto della sua ancora breve vita sportiva null'altro da segnalare. Eppure, questa cuginetta della ben più celebre Isolde, potrà vivere un'esperienza che chiunque altro, anche con un palmares ben più ricco e prestigioso del suo, sarebbe disposto a pagare. Anche questaq scelta dimostra a che livello di incomunicabilità siano ormai arrivati comitato organizzatore e governo. Questo "bel giocattolo" non dovrebbe divertire soltanto i pedemontani, ma l'intera nazione. Dovremmo essere fieri di organizzare un evento olimpico, ed invece cosa succede? Che il "clan dei torinesi" allunga le mani su ogni cosa estromettendo Roma da ogni decisione. Il risultato è questo, ovvero che io dovrei sentirmi rappresentato da una bambina di cui non sapevo neppure l'esistenza se non per tutti i pistolotti giornalistici che in questi ultimi mesi stanno proliferando sulle reti televisive e sui quotidiani. sarà un mio limite, ma non riesco a spiegarmi il motivo. Forse si è sottovalutato il ruolo, forse sono io che sto esagerando dandogli un'importanza che in realtà non ha. Ma non dimentichiamo che alle Olimpiadi, quelle vere, quelle estive, il nostro portabandiera era un certo Yuri Chechi, e l'alternativa sarebbe stato Andrea Giani, pallavolista, cinque olimpiadi da protagonista, pluricampione d'Italia, d'Europa, del Mondo. Con tutto il rispetto, il mondo dello sport invernale ha sempre dato molte soddisfazioni all'Italia, ha creato campioni internazionali del calibro di Gustavo Thoeni, Pierino Gros, alberto Tomba, Manuela Di Centa, tutti gli altri fondisti che da trenta anni a questa parte difendono con passione e fatica i nostri triplici colori. Personalmente, tra gli atleti in attività, avrei scelto Armin Zoeggeler, già un oro, un argento ed un bronzo alle precedenti edizioni olimpiche. Quella di Torino sarà la sua quarta partecipazione. Se deciderà di rientrare in pista, non dimentichiamo ancora Stefania Belmondo: ha partecipato a 5 Olimpiadi e a 5 Mondiali, vincendo 22 medaglie in gare internazionali, di cui due olimpiche (due ori) e 13 mondiali (4 medaglie d’oro). Gli altri numeri: 24 vittorie in Coppa del Mondo, 65 podi internazionali in carriera, 4 secondi posti nella Coppa Assoluta, 34 titoli italiani Assoluti. Ma forse, di fronte alla cuginetta di Isolde Kostner, non è ancora abbastanza...

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 22, 2005 13:22 | link | commenti (3) |

lunedì, 21 novembre 2005
Uno, dieci, mille Arafat!

Avrebbe dovuto chiamarsi "Via martiri di Nassiriya". Invece il suo nuovo nome sarà "Via Yasser Arafat". Lo ha stabilito Mauro Bertini, sindaco comunista di Marano, alle porte di Napoli, cancellando l'ordinanza prefettizia (già, proprio un'ordinanza prefettizia poichè il Consiglio comunale fino a poche settimane fa era sospeso per infiltrazione mafiose) che intitolava la strada all'onore e alla memoria dei morti nell'attentato del 12 novembre 2003, giustamente chiamati martiri. Quindi, sulla salita al potere del sindaco post intervento prefettizio ovviamente non esprimiamo nessun dubbio e nessun commento può essere aggiunto... Bertini, però, sulla vicenda toponomastica, ha spiegato che la definizione di martire deve essere attribuita a chi è "vittima della sua stessa idea, chi la sceglie e per quella si fa uccidere". Ora, la domanda è molto semplice: i nostri carabinieri non credevano forse di star combattendo con il tricolore addosso, per la democrazia e per la libertà di un popolo oppresso? Se per voi Arafat vale più dei nostri militari, dei nostri carabinieri e dei nostri volontari per la sicurezza, se è proprio questo il vostro messaggio, allora vorrà dire che cominceremo anche noi a far sentire il nostro ulrlo di protesta: "Uno, dieci, mille Arafat!"

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 21, 2005 13:15 | link | commenti (8) |

venerdì, 18 novembre 2005
Manifesto per l'educazione. Firma anche tu!

Sono in tanti ad avere già firmato l'appello: da Mauro Mazza a Giuliano Ferrara, passando per Renato Farina e Franco Bechis. "Non dimentichiamo l'educazione ed i sani principi": questo in sintesi è il messaggio. Ma soprattutto, affidiamo i nostri figli a persone competenti in grado di circondarli di valori e sentimenti che prescindano dai soldi, dal potere e dall'affermazione personale. Per informazioni e per sottoscrivere è sufficiente mandare una mail qui. Ecco il testo integrale:

"L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro. Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.
Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.
È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta. È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere.
Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.  Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.  Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose. Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà. È la strada sintetizzata in un libro cruciale, nato dall’intelligenza e dall’esperienza educativa di don Luigi Giussani: Il rischio educativo. Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva.  Non è solo una questione di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo.  Ne va del nostro futuro".

Primi firmatari:

Allam Magdi, vice direttore Corriere della Sera; Amicone Luigi, direttore Tempi; Astorri Romeo, preside della facoltà di giurisprudenza Università Cattolica del Sacro Cuore; Avati Pupi, regista; Bavetta Sebastiano, professore di economia London School of Economics; Londra Bazoli Giovanni, presidente Banca Intesa; Bechis Franco, direttore Il Tempo; Belpietro Maurizio, direttore il Giornale; Bersanelli Marco, professore di astrofisica Università degli Studi di Milano; Bertazzi Pier Alberto, professore di medicina del lavoro Università degli Studi di Milano; Bonacina Riccardo, direttore editoriale Vita; Boffo Dino, direttore Avvenire; Borghesi Massimo, professore di filosofia morale Università di Perugia; Borgna Eugenio, libero docente in Clinica delle malattie nervose Università degli Studi di Milano; Botturi Francesco, professore di filosofia morale Università Cattolica del Sacro Cuore; Branciaroli Franco, attore; Calearo Massimo, presidente Federmeccanica; Campiglio Luigi, prorettore Università Cattolica del Sacro Cuore; Caprara Massimo, scrittore; Cesana Giancarlo, professore di medicina del lavoro Università degli Studi di Milano Bicocca; Chiosso Giorgio, professore di storia dell’educazione Università degli Studi di Torino; Colombo Valentina, professore di lingua e letteratura araba Università della TusciaCominelli ;Giovanni, esperto di politiche scolastiche; De Bortoli Ferruccio, direttore Il Sole 24ore; De Maio Adriano, presidente Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia – IreR; Doninelli Luca, scrittore; Farina Renato, vice direttore Libero; Feliciani Giorgio, professore di diritto canonico Università Cattolica del Sacro Cuore; Ferrara Giuliano, direttore Il Foglio ;Grassi Onorato, professore di storia della filosofia medievale Lumsa Roma; Guzzetti Giuseppe, presidente Fondazione Cariplo; Israel Giorgio, professore di storia della matematica Università degli Studi di Roma-“La Sapienza”; Liguori Paolo, direttore TGCOM Mediaset; Mazza Mauro, direttore TG2 Rai; Mazzotta Roberto, presidente Banca Popolare di Milano; Mazzuca Giancarlo, direttore Quotidiano Nazionale; Morpurgo Claudio, vice presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane - Ucei; Muccioli Andrea, responsabile comunità San Patrignano; Mussari Giuseppe, presidente Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Nembrini Francesco, presidente Federazione Opere Educative - Foe; Ornaghi Lorenzo, rettore Università Cattolica del Sacro Cuore; Persico Roberto, presidente Associazione Professionale Diesse; Polito Antonio, direttore Il Riformista; Quagliariello Gaetano, presidente Fondazione Magna Carta; Ribolzi Luisa, professore di sociologia dell’educazione Università degli Studi di Genova; Risè Claudio, psicoanalista; Rondoni Davide, poeta; Rossella Carlo, direttore TG5 Mediaset; Roth Luigi, presidente Fondazione Fiera Milano; Roversi Monaco; Fabio Alberto, presidente Fondazione Carisbo; Sapelli Giulio, professore di storia economica Università degli Studi di Milano; Scaglia Silvio, presidente Fastweb; Squinzi Giorgio, amministratore unico Mapei, Ugolini Elena, preside Liceo Malpighi di Bologna; Versace Santo, presidente Gianni Versace spa; Vignali Raffaello, presidente Compagnia delle Opere; Vittadini Giorgio, presidente Fondazione per la Sussidiarietà; Zamagni Stefano, professore di economia politica Università degli Studi di Bologna.

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 18, 2005 14:53 | link | commenti |

mercoledì, 16 novembre 2005
Ottantamila in Valsusa. Anzi, uno in meno: Pecoraro Scanio non conta

Otto chilometri a piedi per la montagna, da Bussoleno a Susa, per dire "No" alla costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità (ex alta velocità). Secondo gli organizzatori dovrebbero essere ottantamila i partecipanti, un paio di decine di migliaia in meno secondo le forze di polizia. A guardare il lungo serpentone ci si rende conto di quanto la gente creda in questa protesta: ci sono cartelli più o meno ironici, scolaresche avccompagnate dai genitori, ovviamente anche amministratori pubblici e personaggi impegnati politicamente. Tra questi, però, ce n'è uno in particolare che stona, uno che ha pensato bene di cavalcare la protesta soltanto a fini meramente elettoral-pubblicistici. Alfonso Pecoraro Scanio è l'unico leader di partito ad essere presente e tenere in mano il vessillo verde. Sono i personaggi come Pecoraro che rovinano quelle che vorrebbero essere manifestazioni popolari, di piazza, come si diceva una volta. Che c'entra lui con la Valsusa? Non vi è nato, non vi si è mai candidato, non vi è mai andato neppure in vacanza: perchè ha dovuto strumentalizzare una manifestazione nata semplicemente per dimostrare le ragioni di un territorio già di per sè bersagliato da mille infrastrutture. E se qualcuno dovesse avanzare dubbi sulla strumentalizzione politica dell'evento non avrebbe ragione? La La fortuna-sfortuna della Valle di Susa è proprio la sua posizione geografica: arroccata sulle montagne, al confine con la Francia, è uno dei pochi punti di passaggio tra un confine e l'altro. Questo i residenti lo sanbno bene, ma sannon anche bene che negli anni Sessanta quella stessa montagna era usata come miniera di amianto (lo si vede chiaramente anche affiorare ai bordi delle strade) e che in seguito vennero anche effettuate delle misurazioni per consentirne l'estrazione di uranio, minerale anch'esso presente all'interno della roccia. Ed ora è proprio quella montagna che si vuole scavare, estraendo migliaia di tonnellate di materiale contaminato che poi dovrà essere smaltito chissà dove. Pecoraro Scanio forse queste cose le sa, almeno ce lo augurianmo per coerenza con se stesso. Però poteva evitare di fare la figura dello sciacallo che salta sul cadavere soltanto perchè gli avvoltoi hanno preferito starsene in vetta.

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 16, 2005 15:15 | link | commenti (1) |

martedì, 15 novembre 2005
Basta! Giornalismo non è solo politica...

Il dibattito circa il corretto adempimento della professione giornalistica sta tenendo banco oramai da diversi mesi. C’è chi da una parte grida allo scandalo perché l’informazione italiana è distorta, altri ribattono che la censura dei poteri forti ha sempre la meglio sulla verità. Non posseggo (purtroppo con mio sommo dispiacere) il dono della certezza assoluta, però in questi anni ho maturato delle convinzioni che rimarranno tali sino “a prova contraria” (nella migliora tradizione giudiziaria statunitense). Spesso si confonde il “giornalismo” in senso stretto con le “opinioni” personali. Scrivere e descrivere un episodio è giornalismo, inserire commenti ed opinioni non lo è. La descrizione di un fatto di sangue, come anche la presentazione di una mostra di pittura simbolica, lo sono. L’intervista è giornalismo. Il colloquio non è giornalismo. Anche se la legge sulla stampa, risalente al tempo del fascismo, poi rivista negli anni ’60, e quindi ampliata con successive Carte e leggi anche deontologiche (vedi carta di Treviso, dei doveri, codice di autoregolamentazione; checchè ne dica qualcuno voluti dall’Odg, a sua volta troppo spesso confuso con l’Fnsi) sottopone l’intera materia sotto la stessa dicitura, credo che oggi sia venuto il tempo di riformarla. La tradizione anglosassone, esempio per molti professionisti dell’informazione, divide anche fisicamente il giornale in due sezioni: i fatti ed i commenti. Nella prima parte troviamo i resoconti e la descrizione di quanto è successo (dall’omicidio, alla votazione parlamentare), la seconda sezione invece lascia spazio a tutti i commenti di politologi, sociologi, psichiatri e quant’altri. Il lettore sa che leggendo quelle righe avrà una visione di parte, digerita e “manipolata” a seconda dei convincimenti personali dello scrivente. Da noi, purtroppo, questo non succede. Certo, sappiamo che di norma l’articolo di spalla equivale ad un commento, così come molto spesso nel taglio basso potremo trovare un sagace e ironico pensiero. Ma troppo spesso ormai anche i titoli vengono “manipolati”: perché se viene approvata una legge non leggeremo mai “Approvata la xxx” ma più spesso “Comincia il declino italiano” oppure “Era ora!”, senza null’altro? Questi sono commenti nudi e crudi. Il giornalismo, secondo il mio modesto parere è ben altro. E’ dire chi ha votato cosa, perché e quando. Le conclusioni devono essere i lettori a farsele. Oggi non è quasi più possibile essere informati in sensu strictu, ma dobbiamo cercare di risalire alla notizia scavalcando decine di opinioni. Il giornalismo non è soltanto politica, è anche e soprattutto cronaca bianca e nera. Perché non parliamo un po’ di questa tanto fantomatica “legge sulla privacy” che pare aver paralizzato tutte le redazioni di cronaca. Nata per proteggere i dati sensibili di ogni cittadino, è stata malaugurata usata a sproposito da chicchessia per ostacolare in ogni modo l’attività giornalistica. Anziché servire per ostacolare la pubblicità di massa, in realtà ora serve a coprire stupratori e presunti pazzi. In concreto: se uno stupratore viene arrestato ha “diritto” alla propria privacy perché, da quello che dicono, rientrano i suoi gusti personali in fatto di sesso. E quindi la polizia fornisce soltanto le iniziali. Ma ci rendiamo conto? Questo magari rimane libero in attesa di processo, magari vive nell’appartamento accanto al mio, ed io non ho il diritto di saperlo? O ancora: un omicida che risulta insano di mente viene posto agli arresti domiciliari. Nessuno potrà saperlo perché deve essere tutelato a causa della sua malattia. Ma, al momento del processo, gli arriverà l’avviso di comparizione e come a lui anche agli altri eventuali testimoni. L’aspetto incredibile è che tutti i coinvolti, attraverso la medesima missiva, entreranno in possesso delle generalità degli altri: essendo l’imputato pazzo, chi ci dimostra che non userà quei dati per risalire e magari vendicarsi dei testimoni? In tutto questo, però, i giornali devono pubblicare “A. B., 51 anni, lombardo” oppure “Haid F., 19 anni, extracomunitario”.
Tutto questo per arrivare ad una semplice quanto rapida conclusione: perché invece di scandalizzarvi tanto del giornalismo politico, della correttezza di quello o questo “mezzobusto televisivo” non guardate un po’ più in là, considerando che il giornalismo è ben altra cosa dalle veline di Palazzo, dai commenti di Crepet, dalle considerazioni di Gramellini? Giornalismo è dire che si vuole costruire una linea ad altà velocità in valle di Susa, che sono stati stanziati tot miliardi di euro e che servirà ad alcune cose; ma allo stesso tempo è anche dire che i residenti protestano per alcuni aspetti, che alcuni periti hanno effettuate alcune rilevazioni divergenti, che l’opera sta creando disagi e scioperi. E basta!

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 15, 2005 11:45 | link | commenti |

giovedì, 10 novembre 2005
Da giornalista a giornalista: applaudito, firmato, diffuso!


Lo sciopero dei giornalisti
Non è fatto per noi

di STEFANO MENICHINI


Un giovane collega qualche giorno fa si presenta in redazione, piattaforma Fnsi alla mano: fosse stata già applicata, dice, io qui non ci sarei mai arrivato. Diamo un’occhiata, ogni due righe si rinvia alla qualità dell’informazione.
Pensiamo alla qualità dell’informazione che cerchiamo di fare noi, con pochi mezzi ancorché assistiti dal finanziamento pubblico, e capiamo che cosa davvero la minaccerebbe a Europa: l’applicazione delle richieste sindacali qualora dovessimo caricare di oneri previdenziali i compensi scarsi che diamo ai collaboratori e in più introdurre alcune altre rigidità, che altrove forse sono tutele e qui sarebbero solo bavagli.
Siamo onorati che i presidenti di Fnsi e Fieg, Siddi e Biancheri, abbiano scelto di spiegare oggi su Europa le rispettive ragioni. Vorremmo approfondire le nostre (nel caso, le mie), su uno scontro fra editori cattivi e un sindacato che si arrocca, e noi nel mezzo a prendere le botte.
Lo scontro è duro. Però magazines zeppi di pubblicità escono lo stesso, al massimo due o tre giorni dopo. Giornali nostri concorrenti, con gli stessi nostri problemi ma meno affezionati al sindacato, escono (e ci recano gran danno). Vengono minacciati di provvedimenti disciplinari: se l’appuntano come una medaglia. Non parliamo neanche dell’altra metà del cielo, la stampa d’informazione e d’opinione del centrodestra che della Fnsi non vuole più sapere nulla, e che evidentemente è ricambiata: come se ci fosse un quinto dei magistrati che sistematicamente smentisce l’Anm, sindacato plurale.
Tra i giudici non va così, pure non sono categoria meno sensibile della nostra...
Non va, l’abbiamo detto e lo ripetiamo.
Anzi, a titolo personale: lo dico e lo ripeto, perché a Europa quella del direttore è opinione minoritaria, il comitato di redazione ha deciso di aderire e qui né il direttore né i precari lavoreranno mai per sabotare lo sciopero dei giornalisti. Già, i giornalisti veri.
Io conosco le durezze delle trattative e so quanto è aggressivo (dovunque) il padronato.
So che ci sono editori ragionevoli e altri che, senza una carta scritta che li vincola, possono fare strame di qualsiasi regola. In questo specifico caso, però, so anche che la rottura tra le parti è avvenuta su un autentico paradosso: come fare a esonerare il mercato dell’editoria dagli strumenti di flessibilità introdotti dalla legge Biagi, senza dirlo apertamente perché pur sempre di legge dello stato si tratta.
Siccome il dettaglio (fra gente che tratta da una vita...) è sproporzionato alla dimensione della protesta, ci dev’essere dell’altro.
E c’è. Ed è roba grossa. Scusate la grossolanità, che mi procurerà dure reprimende ed è impropria come tutte le generalizzazioni: ma qui (e da anni) a me pare anche di vedere un mondo di garantiti che, impugnando i diritti dei non garantiti, li fottono e li tengono alla larga dalle redazioni.
Sarà che quando uno diventa direttore vede le cose anche da un altro punto di vista: però questo punto di vista dice che, con risorse scarse, se le metti tutte su giornalisti ben protetti e molto costosi, non le puoi mettere su quelli non protetti e meno costosi. Incidentalmente alcune volte (mi perdoni il dio delle redazioni, perché qui sulla terra non mi perdoneranno mai), i secondi sono migliori dei primi.
Ci sono Riffeser, Caltagirone, Bonifaci e chissà chi altri (sparo a casaccio, ma mica tanto) pronti a sfruttare ingenui come me per accumulare profitti, sfruttare i ragazzi, cacciare i giornalisti troppo critici? Può darsi, anzi sarà di sicuro così. Ma allora punite loro.
Modulate piattaforme, vertenze, forme di lotta.
Fate nomi e cognomi, promuovete in forma indipendente campagne di stampa mirate. Evitate di ficcare nei documenti la richiesta di maggiori permessi sindacali; di mettere un tetto e un limite di tempo alla presenza degli stagisti (certo, dovessero risultare troppo svegli...); di fare della carriera una specie di inerziale progresso automatico; di caricare di oneri contributivi le scarse retribuzioni per i collaboratori, col sospetto che lo facciate solo per sostenere le benedette e mai abbastanza ringraziate casse della previdenza dei garantiti.
Si dice: se non resistiamo, la categoria non reggerà agli attacchi. Va da sé che la categoria non reggerà comunque come un monoblocco, non lo è da nessuna parte del mondo e l’Italia per tanti aspetti è una anomalia, a cominciare da questo residuo dell’Ordine (come si può chiedere la liberalizzazione delle professioni, di tutte le altre meno questa?).
Meglio forse sarebbe prendere il coraggio a due mani e darsi una bella autoriforma, praticare dentro le mura la concorrenza che si predica fuori, dare alle fasce esposte della categoria tutele vere e non selettive, e ai giovani una chance autentica che passi anche attraverso sacrifici iniziali che sarebbero ben disposti ad affrontare: sempre meglio dell’esclusione a priori.
Sarà tutto sbagliato, e per rispetto ai colleghi delle redazioni più grandi, difficili, ricattate, sono disposto dimettermi dal mio punto di vista. Ma non a prescindere, e non senza dare un po’ di contenuto a quei paroloni che si spendono con abbondanza in queste occasioni: libertà di stampa, qualità dell’informazione.
Ci saranno altri scioperi, le tracce di buona volontà che si ritrovano negli articoli che ci hanno mandato Biancheri e Siddi potrebbero esser cancellate da opposti estremismi all’opera. Noi, magari come piccoli elefanti nella cristalleria, continueremo a tenere la tribuna aperta.

Postato da: TeodoroBrandis a novembre 10, 2005 13:50 | link | commenti (1) |