Abbiamo visto tutto d'un fiato le due puntate della fiction sul grande Torino ed alcune considerazioni paiono necessarie. Innanzitutto una storia, secondo noi, condita da troppa retorica melensa, troppe coincidenze, troppe storie fortuite, il buono contro il cattivo, la povertà, la miseria, il ragazzo bravo e bello che riesce a fare quello che sogna e che gli va tutto giusto. Va bene che è chiamata “fiction”, ma non esageriamo. Una storia come questa capita solo nei film o nei romanzi di De Amicis. Della storia del Torino come squadra, invece, poco o nulla. Certo, ci sono i grandi campioni, (anzi, soltanto valentino Mazzola, mentre gli altri sono soltanto delle comparse) ma mai che si citi un risultato, mai un riferimento a un evento sportivo o a una partita memorabile. Sembra quasi tutto sottinteso. Come se chiunque dovesse sapere cosa è successo in quegli anni. E invece chi non tifa o ha tifato Toro o chi non ha mai avuto la passione di informarsi può ben capire o sapere di cosa si stia parlando. Gli unici riferimenti, a tal merito, sono da amputare ai primi fotogrammi. Una breve introduzione, e poi basta. E poi il suffisso, troppo abusato durante il film, di “Grande Torino”. Quella doppia parola, non bisogna dimentuicarlo, viene coniata soltanto dopo la tragedia di Superga, non prima.
Insomma, il film è stato piacevole, certo, è scorso via senza problemi, gli attori sono stati bravi (eccezionali Tosca D'aquino, la madre di Angelo, e Ciro Esposito, il protagonista del film; a dir poco deludente Michele Placido, che alla film pare quasi alternare il dialetto napoletano con quello siciliano), ma è comunque mancato qualcosa. La prima parte dello sceneggiato è sembrata più la storia dell’immigrazione dal sud nella Torino nel dopoguerra (che poi in realtà diventa massiccia soltanto negli anni ’50) piuttosto che l’epopea di una squadra mitica e leggendaria. La povertà del sud contro l'agiatezza del Nord; il pane del lavoratore che suda dodici ore al giorno contro la cioccolata delle madame piemontesi. E in tutto questo del Torino niente: una storia d'amore, bella per carità, tra il giovane calciatore e la giovane figlia dell'allenatore, entrambi con due sogni da realizzare. Ma, lo ripetiamo, del Torino leggendario non si è quasi mai accennato, a livello sportivo s'intende. Di Valentino mazzola è passata l'immagine fuori dal campo, il bigamo buono; ma di quello che faceva in campo non si è saputo nulla. Perchè non trasmettere al telespettatore un'immagine concreta di quei "quindici minuti granata"? Cominciavano quando Capitan Valentino si tirava su le maniche della casacca e urlava un "Alè!" che rimbombava sin dalle tribune del Filafelfia, stadio rimasto imbattuto per ben sei anni: dal 17 gennaio 1943 fino al giorno della tragedia di Superga. O dei cinque scudetti consecutivi; o ancora della nazionale granata per dieci undicesimi; o del rivoluzionario "Sistema" (WM), voluto dal presidente Novo.
Ricordando tutte le vittime della tragedia aerea (i calciatori Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Milo Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Giulio Schubert; i dirigenti Arnaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri; il direttore tecnico Egri Erbstein; l' allenatore Leslie Lievesley; i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Luigi Cavallero (La Stampa), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo), l' organizzatore Andrea Bonaiuti; il comandante pilota Pierluigi Meroni (tragica omonimia con Gigi Meroni, il forte calciatore granata morto tragicamente anni dopo), il co-pilota Antonio Pangrazi, l'equipaggio Celestino D' Inca e Cesare Biancardi) facciamo nostra un ricordo di Indro Montanelli: "Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta".